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Tom Clancy’s Jack Ryan

tom clancys jack ryan recensione

jack ryan poster cover locandina recensione seriescapeTitolo Tom Clancy’s Jack Ryan
Voto IMDb 
8,4/10
Voto SeriEscape 9/10
Anno 2018 – presente
Canale Amazon Prime Video
Durata episodi 55 min
Quante ore di vita ti toglierà questa serie? 8 ore
Genere Drama, Action, Thriller
Attori John Krasinski, Ali Suliman, Dina Shihabi, Wendell Pierce, Abbie Cornish
Creatore Carlton Cuse, Graham Roland
Musica Ramin Djawadi
Paese USA
Lingua Inglese, Arabo, Francese
Livello d’attenzione richiesto 3,5/5
Mood Un po’ di sana avventura, Sotto il segno del pericolo, Sbrogliamo una matassa, Giochi di specchi e abissi profondi, Gran libro. Dovrebbero farne una serie
Trama Lavorare per la CIA non sembra così eccitante quando fai l’analista e monitori transazioni finanziarie in Medio Oriente da un comodo ufficio, ma le cose cambieranno in fretta per Jack Ryan quando incapperà nei conti di un sospetto capo terrorista. Dovrà quindi tornare in azione come agente sul campo per scoprire i piani di Suleiman prima che sferri il suo attacco.


Appena concluso l’ottavo e ultimo episodio della serie, eccomi pronta a recensire la mia ultima giornata seriale – sì, singolare: l’ho cominciata ieri sera – passata a guardare Tom Clancy’s Jack Ryan.
Mi capita di rado di arrivare così presto alla scrittura dopo la visione, ma l’ultima fatica di Amazon deve avermi davvero lasciato tanto da dire.

Un Jack Ryan inedito

jack ryan film

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Partendo dalla premessa che non conosco assolutamente i romanzi da cui è tratto il personaggio, ho sentito abbastanza da capire che il Jack Ryan ritratto nella serie è una versione giovanile di quello cinematografico, del quale quindi si coglie l’occasione per mostrare le origini dietro la scrivania e la crescita verso l’agente operativo.

E proprio riguardo questo punto ho riscontrato tanti pareri negativi – riassumibili perlopiù in “questo non è il Jack Ryan che conosciamo” – provenienti, guarda caso, da accaniti lettori e fan dei libri di Tom Clancy.
Gente, non metto in dubbio la vostra osservazione, ma è a questo che serve il contesto da origin story: mostrare una versione diversa dalla solita.

L’interpretazione del personaggio nella serie

E la versione portata sullo schermo da John Krasinski (The Office, A Quiet Place), ancora priva della scorza del navigato veterano, è capace di catturare fin dal pilot la simpatia dello spettatore per alcune caratteristiche che lo distinguono da molti altri protagonisti del genere.

Una di esse ci viene detta papale-papale fin dall’inizio, ed è che questo Jack Ryan è troppo buono, troppo idealista e si fa troppi scrupoli per essere il “vero duro” della situazione.
Dimostra anzi in diverse occasioni una certa goffaggine sociale e quel po’ di vulnerabilità lasciata dalle cicatrici del passato – fisiche e non – che lo fanno sembrare più umano, più vicino allo spettatore, smontando un po’ quell’impressione instillataci da generazioni di James Bond che la vita nello spionaggio sia tutta adrenalina, lusso e divertimento.

jack ryan cathy party elicottero

Infine – e a parlare saranno pure le mie ovaie addestrate da millenni di evoluzione – è una rinfrescante novità constatare che il livello di testosterone nell’aria si abbassa sensibilmente, mostrandoci un uomo capace di agire con determinazione pur senza cercare lo scontro.

In effetti uno degli aspetti più godibili della serie è vedere Jack Ryan sfoderare il cervello e deliziarci con un po’ di noioso lavoro investigativo, unendo le tessere del puzzle da dietro una scrivania e mostrandoci un genere di indagini – quelle svolte nel segreto governativo dagli analisti – a cui non siamo abituati con l’inflazionamento dei procedural a tema FBI/polizia.

jack ryan ufficio office investigazione

Come rendere giustizia a una trama semplice – ma non scontata

Ma se quanto vi ho appena detto vi ha dato l’impressione che Tom Clancy’s Jack Ryan sia una noia mortale tutta chiusa in un ufficio, devo delle scuse a voi e ad Amazon.

Il colosso con sede a Seattle, infatti, ha saputo regalarci un prodotto ben scritto e ricco di azione, con effetti speciali e scenografie che non sfigurerebbero al cinema, che riesce a tenere alta la tensione di episodio in episodio.
Dimostrazione? Non ho mai gradito granché il genere, mai visto un Bourne o uno dei film su Jack Ryan stesso, ma stanotte ho dovuto fare uno sforzo per spegnere e rimandare a oggi gli ultimi due episodi.

Eppure, col senno di poi, non si può dire che ci siano chissà quali incredibili plot twist da tenerti incollato allo schermo – in stile Westworld, tanto per capirci. Anzi, buona parte della trama si sviluppa in maniera abbastanza prevedibile, con una struttura classica che quasi stona vicino a tanti show recenti in gara per chi ce l’ha più complicata.
Dove sta la buona scrittura, allora?

Secondo me si nasconde proprio qui, perché pur non avendo io alcuna esperienza o conoscenza della realtà dello spionaggio, ho l’impressione che Tom Clancy’s Jack Ryan abbia cercato di farne un ritratto improntato alla verosimiglianza piuttosto che alla spettacolarità.
E credo che tante volte le difficoltà si incontrino non tanto nel capire/scoprire i piani altrui ma nelle azioni da compiere per sventarli.

jack ryan hanin saraIl mondo reale che bussa alla porta

E parlando di realtà in questa serie ne entra tanta, e del genere preso dai telegiornali.
Invece di proporci storie memorabili ed in-credibili, infatti, si raccolgono spunti più prosaici – e quindi sconcertanti: la frequente conversione e radicalizzazione all’estremismo islamico che accade all’interno di tante prigioni; l’ambiente discriminante e criminalizzante di tante periferie occidentali che ostacola la pacifica integrazione; la spiacevole realtà dei campi profughi, nati per accogliere ed aiutare e poi finiti nelle mani dei trafficanti di uomini.

Nello sforzo che Tom Clancy’s Jack Ryan compie per salire di livello – e lasciarsi alle spalle l’aura tipicamente propagandistica ed americocentrica che segna in modo quasi caricaturale le produzioni con azione/agenti governativi/terroristi etc. – ci sono poi due meriti che vale la pena riconoscere.

jack ryan deserto siriaUno di essi è il piacevole cambio di scenario.
Ci vuole qualche episodio, ma ad un certo punto vi accorgerete di qualcosa di strano che all’inizio faticherete ad identificare: c’è sorprendentemente poca America.
Una grossa porzione della serie, infatti, è ambientata negli scenari polverosi del Medio Oriente e in Europa, dando un respiro più realisticamente internazionale all’avventura di Jack Ryan.
Come dico sempre, “non è possibile che succeda sempre tutto negli Stati Uniti”.

La caratterizzazione dei personaggi, la parte migliore

Il secondo è tuttavia quello probabilmente più significativo, palese fin dal primo episodio e che mi ha convinta di avere davanti un buon prodotto, e si tratta della caratterizzazione dei personaggi “secondari” – da intendersi come chiunque-non-sia-Jack-Ryan.

Dal burbero e cinico mentore James Greer (Wendell Pierce, The Wire, Suits) all’affascinante ma non appariscente dottoressa Cathy Mueller (Abbie Cornish, Bright Star, Sucker Punch), gli autori sono riusciti a dare spessore e ragion d’essere a figure che erano più che altro semplici strumenti narrativi, ma il vero capolavoro l’hanno fatto con il villain della stagione.

A Mousa bin Suleiman (Ali Suliman, Lone Survivor, The Looming Tower), infatti, viene fatto l’onore di un’intera vita e non solo una ragione per odiare.
La sua backstory viene ampliata ben oltre i limiti di quello che era narrativamente necessario – il quale si sarebbe potuto esaurire con i primi due minuti del pilot – giocandosela praticamente alla pari col protagonista Jack Ryan in termini di screen time e riuscendo ad instaurare un legame emotivo con gli spettatori.
jack ryan suleiman famiglia haninComplici in questo sono le figure della moglie Hanin con i loro figli e del fratello Ali, che mettono in luce sfaccettature del carattere capaci a tratti di far dubitare del suo ruolo nella storia e chiederci se abbia davvero tutti i torti.

50 sfumature di grigio. No, non in quel senso.

La lezione che ci rimane alla fine di Tom Clancy’s Jack Ryan, infatti, è che ci sono esseri umani da entrambi i lati della barricata e che non si ha sempre e solo a che fare con mostri indifferenti e crudeli.
Ci dimostra invece come la guerra sia fatta – purtroppo per la nostra pace mentale – di sfumature, mostrandoci aspetti inediti come il senso di colpa dell’operatore di drone o il dilemma tra fedeltà e paura di una moglie.

In questo senso mi è rimasta impressa una scena del terzo episodio, con un vecchio amico di famiglia che parla al fratello di Suleiman, una volta appassionato di disegno:

Ricordi che quando eri bambino mi imploravi di portarti al Museo d’Orsay a vedere i quadri di Van Gogh?
Li hai mai visti? I Van Gogh?

ricevendo in risposta un cenno di diniego e uno sguardo che voleva racchiudere in sé l’umanità del nemico, la perdita dell’innocenza e le potenzialità inespresse di una vita che avrebbero potuto avere in circostanze diverse, perché non erano terroristi che sognavano di diventare da bambini.

A questo punto penso di poter dichiarare concluso il mio sproloquio e lascio la parola a voi, spettatori della serie, dei film e/o lettori di Tom Clancy, per dirmi cosa ne pensate dell’ultima produzione di Amazon.
Di cui – chicca bonus – è stata confermata la seconda stagione con largo anticipo già lo scorso aprile.

Aspetto i vostri commenti!

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