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A Series of Unfortunate Events

seriescape a series of unfortunate events

a series of unfortunate eventsTitolo A Series of Unfortunate Events
Voto IMDb 
7,9/10
Voto SeriEscape 9/10
Anno 2017 – presente
Canale Netflix
Durata episodi 50 min
Quante ore di vita ti toglierà questa serie? 15 ore
Genere Drama, Fantasy, Adventure
Attori Neil Patrick Harris, Malina Weissman, Louis Hynes, Presley Smith, Patrick Warburton
Creatore Mark Hudis, Barry Sonnenfeld
Musica James Newton Howard, Jim Dooley
Paese USA
Lingua Inglese
Livello d’attenzione richiesto 3/5
Mood Bambini ancora una volta, A qualcuno piace steampunk, Sbrogliamo una matassa, Un po’ di sana avventura, Mi è entrato qualcosa nell’occhio, Gran libro. Dovrebbero farne una serie
Trama     Quando un incendio lascia orfani i fratelli Violet, Klaus e Sunny Baudelaire, i tre vengono affidati al sinistro Conte Olaf, attore fallito che mira soltanto a mettere le mani sull’ingente fortuna di cui sono eredi. Capiranno che gli adulti intorno a loro non sono in grado di proteggerli e dovranno ingegnarsi da soli per sventare i fantasiosi piani del Conte, tra travestimenti, eccentrici tutori e misteriosi cannocchiali.


Questa volta partirò subito con la premessa che A Series of Unfortunate Events mi ha rubato il cuore.
Quando l’ho cominciata non credevo si trattasse di un prodotto esattamente nelle mie corde, ma è bastato il primo episodio per convincermi che quei toni surreali, l’umorismo nero e quel tocco di stile retrò fossero proprio quello che volevo vedere.

Non sarà una gioia vederlo: siamo stati avvertiti

a series of unfortunate events non guardareGià una serie che comincia dicendoti di cambiare canale, ripetendoti che di certo non è questo che vuoi vedere e raccomandandosi di non guardare altro delle sue tristi vicende non può che ottenere l’effetto sperato da Netflix: vedere, guardare e imprimere sulla propria retina un episodio dopo l’altro, cedendo all’irrefrenabile tentazione del binge-watching.

Ed è così che è andata anche per me – due volte, perché una non bastava -, che mi sono tuffata a capofitto nelle vite dei tre sfortunati fratelli Violet, Klaus e Sunny Baudelaire, che in un nuvoloso pomeriggio di esperimenti sulla spiaggia si scoprono orfani dopo che uno spaventoso incendio ha distrutto la loro casa con i genitori all’interno.

Grazie alla mediazione del brillante e arguto bancario Mr. Poe finiscono affidati alle cure amorevoli di un parente di non-molto-chiaro grado, il Conte Olaf, stimato attore e altruista tutore che nessun interesse nutre per la fortuna di cui i tre bambini sono eredi.

A meraviglia, diremmo… peccato che siamo in A Series of Unfortunate Events e tante gioie tutte insieme non siano proprio concepibili.

Infatti l’esecutore testamentario inviato dalla banca è un ingenuo e un boccalone che si fa raggirare da ridicoli travestimenti e lascia i Baudelaire in custodia ad un attore fallito, capo di una sgangherata compagnia teatrale, che non fa certo mistero di quale dote apprezzi maggiormente nei ragazzi.

a series of unfoortunate events baudelaireI tre non sono certo degli sprovveduti, ci troviamo anzi davanti a un trio di prodigi: il genio ingegneristico di Violet, l’indole enciclopedica di Klaus e il pungente – e dentuto – sarcasmo della neonata Sunny saranno le uniche cose a trarli d’impaccio quando si accorgeranno che gli adulti intorno a loro non sono in grado di aiutarli a sfuggire alle mire del Conte Olaf.

Comincia quindi il teatrino surreale che vede i tre orfani affidati al tutore di turno per poi essere raggiunti dal Conte e i suoi tirapiedi che con assurdi travestimenti riescono a raggirare l’adulto responsabile e mettere in moto un improbabile piano che l’ingegno dei ragazzi riuscirà infine a sventare.

L’atmosfera fiabesca di A Series of Unfortunate Events

Una struttura abbastanza ripetitiva in realtà, ma che a mio parere più che come un difetto si presenta come elemento portante della narrazione.
Come il ritornello di una vecchia filastrocca, infatti, A Series of Unfortunate Events ripete se stessa in modo ipnotico e rassicurante, dando allo spettatore la sicurezza di uno schema che sa che tornerà ancora una volta uguale.

Fa parte in fin dei conti della sua origine come serie di tredici libri per bambini, scritti tra il 1999 e il 2006 da Daniel Handler sotto lo pseudonimo di Lemony Snicket, di cui questa prima stagione ne adatta quattro e le prossime due annate – con le quali si concluderà il progetto – vedranno rispettivamente cinque e poi ancora quattro volumi portati sullo schermo.

L’atmosfera da fiaba gotica, un po’ in stile Tim Burton, della serie è rimarcata anche dalle scenografie arzigogolate e dai colori pastello utilizzati, sia nelle palette luminose e colorate dei – rari – momenti di serenità che nei toni grigi e fumosi delle parti più cupe e tristi.

Come i lavori del regista e scrittore americano, anche A Series of Unfortunate Events si trova spesso a raccontare vicende grottesche nel più preciso senso della parola: rappresentazioni deformi e surreali della realtà, le cui situazioni paradossali sono in grado di suscitare la risata ma con il retrogusto amaro della consapevolezza che quello che vediamo caricaturato davanti a noi ci è molto più vicino e familiare di quanto vorremmo ammettere.

Un narratore come non ne fanno più

La serie fa anche ampio uso della “drammatica ironia” data dal sapere prima dei personaggi le disgrazie a cui stanno andando incontro, soprattutto grazie agli interventi di Lemony Snicket, che è autore, voce narrante e anche personaggio della vicenda che racconta.

a series of unfortunate events lemony snicket gifSi tratta di un narratore piuttosto atipico, quindi, anche perché nella serie di Netflix non si limita ad una voce fuori campo o una sagoma al buio ma entra in carne ed ossa nell’inquadratura con le sembianze e i toni pacati di Patrick Warburton (Seinfeld, Rules of Engagement) – un po’ come faceva Rod Serling nei primi anni ’60 nel suo The Twilight Zone – interrompendo frequentemente la narrazione per invitarci ancora una volta a non guardare, darci piccole spiegazioni su quanto sta succedendo o anticiparci le sventure che stanno per arrivare.

Può piacere o meno, ma personalmente l’ho trovata una scelta molto azzeccata, sia per l’attore che con il suo aspetto e la voce profonda si inserisce perfettamente nel contesto retrò della serie, sia per la sua frequente e marcata presenza in scena che rappresenta un ulteriore elemento di originalità di A Series of Unfortunate Events tra tanti altri show.

Conte Olaf vs conoscenza

a series of unfortunate events conte olafSe parliamo di attori, però, non possiamo ignorare la straordinaria performance di Neil Patrick Harris, che porta in vita tutte le versioni del suo Conte Olaf con tale bravura da convincerci all’istante dell’assoluta mancanza di talento attoriale del suo personaggio.
Questo, per contrasto, fa risaltare ancor più la cieca ingenuità dei “responsabili adulti” incaricati di vegliare sui tre orfani che puntualmente falliscono nel riconoscere l’evidente minaccia che lui rappresenta.

Proprio per questo il Conte Olaf diventa una sorta di parodia del villain, perché i suoi piani non hanno né capo né coda e vengono messi in atto così malamente – da lui e dalla sua combriccola di scagnozzi più ridicoli che minacciosi – che sarebbero sistematicamente destinati a fallire, se non entrasse in gioco la surreale cecità e incapacità degli adulti che dovrebbero fermarlo.

Gli unici che riescono a vedere più in là del proprio naso sono i tre bambini, costretti a rimboccarsi le maniche e salvarsi da soli ogni volta, a ricordarci come spesso la giovane età, non condizionata da certi filtri sociali, faccia pensare in modo più semplice e lineare e riesca a vedere dietro certe finzioni.

a series of unfortunate events biblioteca

A questo proposito A Series of Unfortunate Events si pone anche il fine didascalico di ricordare il valore della conoscenza, che spesso è l’unico mezzo che i Baudelaire hanno per proteggersi, grazie alla quale costruiscono e leggono fino a trovare una soluzione.
Non a caso, infatti, in ognuno dei quattro scenari che attraversano nel corso della prima stagione c’è una biblioteca in cui trovare rifugio, occasionali attimi di serenità e i mezzi per levarsi dagli impicci.
La morale è che i libri salveranno il mondo. Non potrei essere più d’accordo.

Ma rispetto al film di Jim Carrey?

Per finire, bisogna ricordare che un altro adattamento di A Series of Unfortunate Events era stato fatto nel 2004 con l’omonimo film con Jim Carrey nei panni del Conte Olaf, per cui la serie si è dovuta scontrare fin dall’inizio con il paragone al suo predecessore, da cui spesso l’ho vista uscire sconfitta.

a series of unfortunate events olafVa detto che si tratta di due prodotti molto diversi anche per impostazione stilistica, ma va soprattutto tenuto a mente che la pellicola, sebbene risultasse in 90 minuti di piacevole intrattenimento, aveva condensato in quel piccolo lasso di tempo ben tre libri, stralciando e accelerando il progredire della storia fino a renderla, a mio parere, quasi incoerente in certi passaggi.
La serie Netflix, invece, sebbene possa a tratti risultare quasi troppo lenta, ha permesso di ampliare la trattazione delle varie peripezie, delineare meglio certi personaggi e rendere più chiara la trama, beneficiando degli otto episodi da 50 minuti di cui si compone.

Ulteriore punto a favore dello show è l’estensiva partecipazione dell’autore David Handler alla scrittura. Derivando da un’opera letteraria, avere lo scrittore stesso che lavora a fianco degli sceneggiatori di certo favorisce la qualità dell’adattamento allo schermo – vedi altri esempi ben riusciti come Outlander – mentre per il film, sebbene “Lemony Snicket” fosse stato coinvolto nelle prime fasi, alla fine si è scelta una strada diversa che ha modificato pesantemente il materiale d’origine.

Insomma, A Series of Unfortunate Events rappresenta otto ore di intrattenimento di qualità, durante le quali ritornare un po’ bambini ma con la maturità per riconoscere gli aspetti della realtà nascosti dietro la fiaba.
Se poi avete amato la teatralità di Barney in How I Met Your Mother non potrete che apprezzare il Conte Olaf di Neil Patrick Harris.

Se invece come me l’avete già vista e morite dalla voglia di sapere quali surreali sfortune capiteranno ancora ai fratelli Baudelaire, unitevi a me per il conto alla rovescia alla seconda stagione.

 

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